Vincenza63's Blog

Conoscersi e parlarsi è un dono

Siamo colpevoli

2017-05-30 12-53-49.395

 

In questo periodo, bombardata attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione (televisione, social network, giornali, siti Internet eccetera), mi sento soffocare da un certo senso di inadeguatezza, di insufficienza, di occasioni mancate.

Sono prevalentemente circondata da notizie di morte.

Metto una mano sugli occhi, come se la mettessi idealmente sul cuore per non restare troppo ferita, ma questo non mi solleva per nulla…

Siamo (tutti) colpevoli eppure impuniti. Non esiste un reato di indifferenza perseguibile nè penalmente nè civilmente. Esistono solo due realtà: la consapevolezza e la cecità. Entrambe sono sia sociali che personali. Riguardano stati e periodi della vita differenti.

Oggi mi fermo in particolare a riflettere su tanti casi di suicidio che si verificano intorno a noi. Mai il mondo è stato così piccolo…

Non intendo esprimere giudizi né fornire ricette per affrontare questo fenomeno sempre più in diffusione, soprattutto fra i giovani e gli anziani. Vorrei soltanto lasciar emergere lo stato d’animo confuso e molto triste, a causa di un senso schiacciante di impotenza.

Detto così sembrerebbe non esserci alcuna via d’uscita, alcuna soluzione, alcun sollievo a questa “malattia dell’infelicità“. Ogni volta che vengo a conoscenza attraverso i media di vite stroncate da “voli” fisici del corpo o “chimici” della mente, mi viene da chiedermi: “Dove abbiamo sbagliato? Quando non ci siamo stati? Dov’è andata a finire la compassione e l’attenzione?” E molte altre ancora.

Esercito la memoria. Mi ricordo quella volta in cui avevo mal di schiena e non ho avuto la pazienza di ascoltare chi stava dall’altra parte del telefono oppure, peggio, non ho risposto. O magari dell’altra occasione in cui ho visto piangere qualcuno e, per paura di rischiare e intromettermi, ho dimenticato cosa sia la consolazione e il conforto anche da parte di una sconosciuta…

O ancora, in modo molto superficiale e anche cattivo, non ho detto un “Sei stata bravo!” o anche “Conta pure su di me!” a chi con un linguaggio non verbale mi chiedeva una mano…

Mi vergogno della mia mancanza di prossimità, di sensibilità, di occasioni d’amore mancate.

Esiste un momento nella vita di ognuno in cui la consapevolezza deve servire pur a qualcosa e prevedere un cambio di direzione. Il senso della mia sta cambiando.

In passato, ad esempio, mi rifiutavo di assumere medicine per il dolore; questo mi impediva di avere spazi nella giornata da usare per attività sociali o semplicemente per avere del tempo da dedicare a qualcuno, fosse anche solo al telefono o per strada durante una passeggiata. Mi sbagliavo. Così ho cominciato a prendere qualcosa con regolarità, guadagnandoci soprattutto nell’umore e nella disponibilità d’animo e poi nella volontà di perseguire un obiettivo.

In secondo luogo sto cercando di smettere di lamentarmi con chiunque dei miei guai, provando a regalare l’ascolto di cui una volta ero capace e che col tempo e con dolore interiore oltre quello fisico stavo perdendo quasi senza accorgermene. Non aspetto più la telefonata per l’uscita con qualcuno, nel senso che ho ridotto di molto le mie aspettative sulle persone aumentando piuttosto il “movimento del dare”. Quando ci riesco sono felice.

Ognuno dà quello che può, in ogni senso. Questo ho imparato, questo sto cercando di vivere. Questo è il solo “capitale umano” degno di essere investito, soprattutto riguardo la vita preziosa nostra e altrui.

Non si può aspettare ancora, la gente muore di infelicità e di solitudine fuori da qui!

Siamo tutti in cerca del “tu” diverso e speciale. Sempre Vicky.

 

 

 

 

2 giugno 2017 Posted by | Esperienze, Idee, Mondo, News, Persone, Sentimenti, Storia | , , , , , , , , , , , , , , , , | 31 commenti

Chi non ha lavoro

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Quella qui sopra è una delle situazioni dalle quali scappano, l’Africa di cui quasi nessuno parla e che genera rifugiati politici e non che in qualche modo devono mangiare e vivere ogni giorno.
Vi offro un racconto di vita che conosco da alcuni anni e che vi assicuro è la miglior celebrazione del 1 maggio e non solo.
Sono particolarmente arrabbiata e non risparmierò, forse per la prima volta, di trascrivere fedelmente certi termini usati normalmente in alcune occasioni.

Qual è la novità oggi?

Vi parlo di prostituzione. No, non si tratta di donne ma di un ragazzo X che vive nella zona Y e si vende al Supermercato Z.

Ho conosciuto X qualche anno fa alla fermata dell’autobus che prendevo di solito per andare a casa nel quartiere Y dove abitavo. Non lo avevo mai notato prima o più semplicemente avevamo orari diversi.

Sono una di quelle persone che non si crea problemi a fare conversazione con persone di razze e colori diversi dal proprio per cui ho cominciato a parlare con lui di cose quotidiane che riguardavano sia lui che me e le nostre vite. Ha preso il mio stesso autobus per raggiungere il supermercato. La differenza tra me e lui è che io ci andavo per fare la spesa mentre lui ci andava per chiedere soldi ai clienti oppure prendere le monete dai carrelli che restavano abbandonati nel parcheggio antistante al supermercato stesso. Questo naturalmente l’ho scoperto solo dopo aver fatto la spesa…

Fin qui sembrerebbe tutto “normale” fin quando non scoperto che… X era in vendita e mi stava offrendo se’ stesso presso il mio domicilio, sussurrandomi all’orecchio in inglese (la lingua in cui stavamo comunicando, proveniendo lui dalla N.) queste parole: “Baby, I can make you happy… I can lick your p…y, ok? Take me to your home and I’ll do everything you want”. (Tesoro, posso renderti felice… posso leccare la tua…, ok? Portami a casa tua e farò tutto quello che vuoi).

Devo essere diventata di tutti i colori perché solo un paio di volte in vita mia avevo ricevuto provocazioni sessuali così esplicite, da adulta intendo naturalmente e soprattutto da adulta single e con una disabilità motoria.

Mi sono sentita strana. Non avevo mai pensato alla prostituzione maschile, anche perché non avevo mai dovuto pagare un uomo in vita mia. Ho rifiutato la sua offerta non perché non fosse attraente e io non ne avessi voglia, ma semplicemente per il rispetto della dignità di entrambi.

In cambio di nulla, se non della compagnia reciproca, ci siamo seduti fuori dal supermercato a mangiare una pizza insieme, senza giudizio. Aveva fame X, non solo di cibo ma di parole che non fossero solo di sfruttamento o di contrattazione.

Lui, godendo dei benefici come rifugiato, aveva provato a cercare un lavoro naturalmente senza successo. Come molti mandava quei pochi soldi ai suoi genitori in N.
Nonostante la sua sfoderata malizia e spregiudicatezza non credo che avesse mai pensato di doverle guadagnare così i soldi che gli servivano per vivere qui nel nostro paese. Ho pensato a chissà quante donne avevano accettato la sua offerta… non ho avuto il coraggio di chiederglielo.

L’ho incontrato ancora molte volte, anche di recente. Ci siamo parlati da esseri umani con pari dignità, senza pensare alle categorie mentali che stanno prendendo sempre più piede nelle nostre comunità. E non parlo solo di stranieri.

Vi assicuro che molte persone che non hanno lavoro si sentono cittadini di serie B, persone che hanno perso senso di rispetto e dignità anche da parte di chi un lavoro ce l’ha ancora. Magari nelle pubbliche amministrazioni, presto gli uffici per l’impiego o ancora se si ha a che fare con i servizi sociali degli enti locali: ci si sente veri e propri mendicanti.

No, non me la sento proprio di festeggiare nulla. Ho solo voglia di dedicare questo post a X, ovunque sia in questo momento!

Con amarezza, sempre Vicky!

 

 

1 maggio 2017 Posted by | Corpo, Esperienze, Mondo, Persone, Storia | , , , , , , , , , , , , | 50 commenti

Raffaella

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Margherita di Savoia (Puglia)

È iniziato tutto qui, quando i nostri genitori si sono incontrati e innamorati 61 anni fa. Prima di noi sono venuti al mondo i nostri due fratelli. 

Quanto mi viene difficile parlare di te ora. Non mi risuoni dentro da 31 anni…
Da quanto tempo non pronuncio il tuo nome, Raffaella… il dolore che mi da’ è profondo.
È bastato sentirlo, anzi leggerlo in una chat con la nostra amica Franca e mi ha detto che tu “Era matta, in senso bonario”.
È stato un pugno allo stomaco, perché mi sono accorta di quanto tu fossi sconosciuta per me.

C’è un buco temporale enorme nella mia memoria che ti riguarda.
Poche immagini dell’infanzia, la colonia estiva a Villa Litta della quale conservo una foto con te ereditata da mamma. La cornice ha la stessa età della fotografia. E poi quella vacanza a Serina dalle suore Vincenziane. Così mi sembra di ricordare… quante lacrime in due settimane!

Non sono stata brava a consolarti, ho fallito tante volte. Mi dimenticavo di essere anch’io piccola, ma ero cresciuta con un senso di responsabilità verso di te, nonostante fossimo gemelle.

Ricordo di aver preso una strada diversa nella mia testa e nel mio cuore dopo i tuoi anni persi a scuola a causa delle bocciature. Restavi indietro io mi sentivo chissà chi nella mia immensa presunzione. Probabilmente volevo primeggiare in famiglia perché mi fosse riservato un po’ più di bene. Da noi però mamma e papà, soprattutto mamma, incoraggiavano gli ultimi con affetto e piccoli regali di consolazione, secondo le nostre povere possibilità. Ricordo le mie lacrime sincere per te quando in prima elementare ti punivano perché eri mancina.

Ci divertivamo a leggere i fumetti porno che trovavamo nascosti in casa dai nostri fratelli. Siamo cresciute in fretta sessualmente… sai che ti avevo visto un giorno in bagno di nascosto? Siamo state gemelle anche da quel punto di vista.

È stato bello vederti felice con Mario, progettare la vostra vita insieme, mostrarmi la vostra casa in affitto a Siziano. A mamma piaceva tanto, ti ricordi? Ricordo quanto ti piacessero i bambini, dicevi sempre che se avessi avuto un maschio l’avresti chiamato Diego… avevi sogni semplici e grandi insieme, quelli di formare una famiglia. 

Ecco, qui si spegne la macchina da presa che ho nel cervello e insieme di lì a poco anche la tua vita all’ospedale di Niguarda. Gli ultimi fotogrammi: ti aiuto a mangiare e, senza saperlo, ti abbraccio per quella che sarà l’ultima volta, nel tentativo di sollevarti dal letto.

Ancora una volta mi sono dimenticata di avere la tua stessa età e di non essere così forte. In ogni senso.

Al tuo funerale mancavo io. Non sopportavo di vederti cambiare casa in quel modo… la tua casa dell’immagine sotto.

Cara Raffa, volevo dirti che anche a distanza di tanti anni mi manchi tantissimo, perché solo dopo tanto tempo ho realizzato quanto una sorella sia preziosa nella mia vita. La tua gioia di vivere avrebbe compensato come un dono dal cielo la mia aridità di anni e anni.
Ti avevo messo da parte lasciandoti vivere una vita parallela alla mia già troppo piena di amiche e tanto altro che ritenevo importante.

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Il cimitero di Bruzzano a Milano

Da un po’ di tempo hai parecchia compagnia lì… Da ultima è arrivata anche mamma. Hai visto come è invecchiata? Ha perso tutta la sua severità che forse ricordi e con l’età ha guadagnato tenerezza e dolcezza. Ha finito il suo compito qui con noi e ha raggiunto la parte di famiglia con la quale era giusto riposare in attesa di ritrovarci tutti insieme!

Ora ti saluto, sorella cara… avevo ancora tante cose da dirti. Leggile nel mio cuore. Con tutto l’amore di cui sono capace da adulta non troppo cresciuta però ti dedico questa canzone che spero ti piaccia.

Ti abbraccio forte più che posso, sempre tua Vicky!

26 marzo 2017 Posted by | Anima, Esperienze, Persone, Sentimenti, Storia | , , , , , , , , , , | 48 commenti

A mia figlia

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Ho cominciato la mia giornata come tante altre. Con una lacrima seguita da molte in più a causa di un sogno, che ha dato uno scossone alla mia fragile emotività. Ora non lo ricordo bene tutto. So solo che le protagoniste siamo mia figlia ed io. Lei ha apparentemente non più di un anno e mezzo, io mi vedo adulta, anche se dovrei avere quasi ventidue anni.

Sono in piedi e ansiosa la cerco, la vedo e la prendo in braccio. Posso ancora farlo, sono lontana ancora oltre tredici anni dal giorno in cui non potrò più fisicamente farlo, perchè seduta in carrozzina e senza l’uso delle mani. Non è su questo, o solo marginalmente, però, che voglio scrivere, ma ripercorrere la mia maternità per guarire.

Voglio raccontare alcune cose che riguardano il mio essere madre non perché voglia dare indicazioni a qualcuno, ma perché ne ho bisogno per essere onesta con me stessa.

Mia figlia è una bambina tranquilla, lo è fin dalla nascita. insieme ci facciamo tante dormite, con parecchia invidia da parte di vicini e parenti, che invece trascorrono la notte in bianco con neonati in braccio urlanti. Ho in comune con lei tanti ricordi costruiti negli anni, fatti di vita quotidiana, di bagnetti, di giochi, di passeggiate, di storie inventate per farla addormentare serenamente, portarla all’asilo e poi spiarla di nascosto per vedere se piange senza di me…

Vederla fare i compiti è un piacere, è talmente assorta… è uno spettacolo di bellezza. La aspetto fuori dalla scuola impaziente, mi manca tanto non vedere più tanti suoi progressi come quando era piccola di doverla condividere, giustamente, con altri.

Uno degli ultimi ricordi che ho prima della “tragedia”, che mi travolge e ci travolge quando lei ha soltanto undici anni e io trentadue, è quello della palestra di prima media piena fino all’inverosimile di bambini e di mamme e papà in attesa di sapere la classe di destinazione del proprio figlio o figlia. Ci guardiamo da lontano e io cerco di incoraggiarla. Ha paura di perdere i suoi compagni delle elementari per sempre. E poi davvero l’ultimissima immagine… la mia piccola che piange appena tornata da scuola, che trova la sua mamma circondata da paramedici, da suo padre, distesa sul divano di casa con appena un filo di voce che dice: “Non preoccuparti, tu prega per la mamma”.

Dopo tutto questo è come se per molti anni si fosse chiuso un sipario, come se sul palcoscenico della vita lei ed io fossimo rimaste sole. Lei con il suo papà, con il suo dolore, con una mamma cambiata e assente fisicamente per nove mesi da casa e per anni della sua vita. Io… sola altrove.
Sì, è proprio così, non ci sono più stata. C’è un vuoto nella mia memoria di cui abbiamo parlato di recente, di nostalgia di esperienze che ci sono state negate, quelle cose frivole ma anche profonde che un adolescente fa con sua mamma. Io non sono stata più la tua mamma. Mi sentivo un peso. Oltre al mio egoismo avevo due donne che volevano sostituirsi a me. Io non potevo fare altro che lasciarle fare e per conto mio ti chiedo solo un po’ di clemenza… stavo cercando di guarire. Poi mi sono lasciata andare, rassegnata a una vita fatta di cibo e di tv. In solitudine. Forse vi guardavo vivere. Ho sbagliato pensando solo di evitare dolore a tutti e “dimenticando” apparentemente di avere ancora una figlia da crescere, nonostante le mie condizioni.

La vita ci ha insegnato a crescere prima ognuno per conto suo e poi, più in là, più vicine. Quante volte, mi chiedo, sarai “scappata”, rifugiandoti altrove e quante volte non sono venuta a cercarti…

Sono convinta che l’amore vero sia non perdere tempo nel passato, ma avere il coraggio di ammettere gli errori e di chiedere perdono. Per ora lo faccio qui, è già straziante per me leggere queste righe e rivedere un film che non si può più rimontare. 

Perdonami per non esserci stata quando avrei potuto farlo, anche così come sono perché mi prendevo più cura di tuo papà, quasi avessi già il presentimento che l’avrei perso anni prima che succedesse davvero. E ancora prima perdonami per averti picchiata da piccola… tu non lo meritavi, nessun bambino lo merita, ma io sono stata troppo ignorante e ho pensato più a far bella figura con una figlia ubbidiente e sottomessa piuttosto che farti crescere senza questi ricordi. Cercavo l’approvazione degli altri, soprattutto dei parenti di papà, che di me non avevano alcuna stima nè rispetto già da allora. Credimi, in certe notti ho odiato talmente me stessa e tutti quanti – quelli che c’erano e quelli che non ci sono più stati – da piangere tutte quelle lacrime che per anni non ho più versato. Da ultimo volevo dirti che hai completamente ragione. In certi periodi della mia vita ho pensato solo a me stessa dopo la morte di papà, perché frequentare uomini mi faceva sentire viva e il sesso mi ricordava che ero donna, come e più delle altre “normali”. Ero in competizione, me ne rendo conto.

 Mi sono sbagliata, perché questo non esclude l’essere mamma e soprattutto essere persona che porta rispetto alla presenza di altri nella sua vita, quegli “altri” che come te sono un dono, da custodire, da accompagnare!

C’è tanto da costruire che ci aspetta, giorno dopo giorno… io ci sono. Tu… sei sempre stata, come hai potuto, con le forze di cui disponevi e disponi ancora oggi. Bello osservarti vivere ed esserci.

Domani ti telefonerò per dirti semplicemente: “Ti va di parlare un po’?”

Ti abbraccio tanto. Da sempre e per sempre la tua mamma imperfetta, sempre Vicky!

 

 

 

 

 

2 marzo 2017 Posted by | amore, Anima, Dialogo, Esperienze, Persone, Sapienza, Sentimenti, Storia | , , , , , , , , , , , , , | 39 commenti

Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Popoli nativi ancora picchiati e arrestati in nome del dio dollaro.
Basta! Condividiamo!

O capitano! Mio capitano!...

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono…

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27 febbraio 2017 Posted by | Idee, Mondo, News, Storia | , , , , , , , , , , | 4 commenti

I traduttori, di Juan Vicente Piqueras

Sono traduttrice e… questo è il mio bellissimo lavoro!

Con entusiasmo, sempre Vicky!

 

I traduttori Sono una tribù strana sparsa per il mondo perché spostano il mondo. Portano mondi da una lingua all’altra. Ecco il loro mestiere. Fanno nevicare in arabo, cambiano il nome al mare, portano cammelli in Svezia, fanno che don Chisciotte cavalchi su Ronzinante dalla Mancha in Manciuria. Fanno delle cose strane, pressappoco impossibili. Dicono […]

via I traduttori, di Juan Vicente Piqueras — Il colibrì rosso

6 dicembre 2016 Posted by | Anima, Dialogo, Idee, Mondo, Persone, Sapienza, Storia, Viaggi | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

The day after

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E adesso, che si fa?
Qual è il programma?

In attesa di eventi, bella musica! Ballo! Sempre Vicky!

5 dicembre 2016 Posted by | Esperienze, Mondo, News, Persone, Storia | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Jesse Owens ha vinto!

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1936 – Jesse Owens trionfa a Berlino (dal Web)

A quasi ottant’anni dalle Olimpiadi di Berlino Jesse Owens vince ancora!

Quando vado al cinema da sola posso scegliermi il film da vedere. Prevalentemente si tratta di film basati su storie realmente accadute, drammatici oppure storici ma diversi dai soliti kolossal commerciali.

Ieri è stato uno di quei giorni. Un pomeriggio solitario e libero, da vivere, da respirare, da annotare prima e raccontare poi come sto facendo. Un lungo momento vissuto in due prospettive: il racconto del film vero e proprio e quello delle persone che osservo in sala sedute a fianco o davanti a me. Bei posti quelli riservati ai disabili in carrozzina alla multisala di Rozzano: si ha una visuale dall’alto a 360° su tutto quanto mi circonda!

Race racconta la vicenda sportiva e umana di Jesse Owens, il famoso atleta di colore vincitore di quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, in attesa dell’invasione della Polonia da parte di Hitler e dell’inizio della seconda guerra mondiale. Nel bel mezzo del trionfo della discriminazione razziale e dell’inizio del genocidio degli ebrei, un “inferiore tra gli ariani” osa umiliare i tedeschi. Questo “negro” è per giunta americano, il che costituisce un’aggravante, se così vogliamo metterla. La partecipazione americana alle Olimpiadi, nonostante la consapevolezza di quanto stia accadendo in Germania in quel momento storico, viene legata a un compromesso di tipo economico con tanto di tangente per la costruzione della nuova sede dell’ambasciata tedesca negli Stati Uniti (sarà vero?).

Nulla da dire, il film mi ha veramente coinvolto e a tratti emozionato. Non conoscevo molto bene la vicenda nei particolari, forse perché la memoria storica, soprattutto per gli eventi sportivi è davvero carente. Sono uscita dalla sala con parecchi interrogativi in testa, in particolare mi sono domandata tornando a casa il perché ci si fosse soffermati così poco sulla gravità della discriminazione razziale negli Stati Uniti. Nel film ci sono solo poche pennellate a questo riguardo come, per esempio, le inquadrature sui cartelli con divieto di accesso ai neri sia negli autobus, che nelle palestre o negli spogliatoi o peggio ancora la discriminazione è sottolineata quando viene proibito a Owens, nonostante il successo a Berlino, di accedere al ristorante dall’entrata principale. Mi sono chiesta più volte in queste occasioni se il vero Jesse fosse così “sottomesso” e remissivo…

Ho parlato di un secondo aspetto che mi lega all’esperienza del cinema in generale come quella di ieri in particolare, cioè non guardare solo lo schermo ma osservare anche le persone.

Per me è uno spettacolo nello spettacolo, una visione nella visione, l’inquadratura nell’inquadratura.

In generale mi piace guardare il tipo di pubblico presente, il genere inteso come femminile o maschile, il numero di persone e a volte perfino l’abbigliamento. Osservo le coppie, i singoli come me (quando sono al cinema, anche se accompagnata, la vivo come un’esperienza personale e solitaria, come se leggessi un libro), le famiglie con bambini, i gruppetti di adolescenti o di amiche – amici più o meno miei coetanei che fanno commenti qua e là durante il film. È come guardare dal di fuori una famiglia a tavola. Mi piace pensare di avere il vantaggio dalla mia posizione alta e in qualche modo dominante, di passare inosservata mentre rubo immagini di vita qua e là. Il Tesoro della mia memoria.

In particolare ieri una coppia seduta qualche fila più in basso rispetto a me ha attirato la mia attenzione durante l’intervallo. Entrambi dall’apparente età di 60 anni, lui la teneva stretta a sé per le spalle, sembravano due fidanzatini di altri tempi…
A un certo punto è caduta la giacca dalle spalle e lui con dolcezza gliel’ha risistemata, un gesto semplice e gentile che non vedevo non so da quanto tempo.

Ha toccato il mio cuore.

Abituata come sono a essere aiutata per necessità, ho gustato fino in fondo quella scena, ripensando nei momenti successivi, con la complicità del buio per nascondere qualche goccia di sale, a qualcuno che aveva abbracciato anche me nello stesso modo, a qualcuno che qualche volta è gentile e al quale sorrido poco, dimenticandomi della mia femminilità e della mia dolcezza che spesso stenta a manifestarsi con gesti e parole.

Grazie, Jessie! Ancora in pista, sempre Vicky!

26 aprile 2016 Posted by | Anima, Cinema, Esperienze, Persone, Sentimenti, Sport, Storia | , , , , , , , | 6 commenti

Braccia

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Quando ho capito che non avrei più potuto prenderti in braccio, farti girare, stringerti… il freddo della morte mi ha afferrato per poi lasciarmi cadere, vinta.

È un giro di giostra, la disperazione. senza biglietto.

Braccia, vi prego, tornate a prendere vigore, ho bisogno di voi! Mi manca sentire la forza attraversarvi come un fiume, il calore pervadervi come corrente… quanta vita…
Dio solo sa cosa darei per riavervi con me!

Mi dicono che non devo lamentarmi, che c’è sempre chi sta peggio. Io in cuor mio mi dico: “Ma tu chi c…. sei per insegnarmi e sentire e vivere?” Il buon senso mi ha sempre dato il voltastomaco, basso compromesso con la ricerca della  felicità.

Bisogna che tu ti chini su di me, da vent’anni, per aiutarmi ad afferrarti al collo con la poca forza che ho, e farti sentire quanto tu mi sia cara, Amore mio!

Sto pensando alla lettera da scriverti e… si sta facendo posto nel mio cuore.  Con le mani che non ho e le “piccole” braccia che mi sono rimaste.

Braccia che altri usano per imbracciare armi. No, vi prego no! Se solo potessi parlare al vostro cuore… e confidare quanto siano utili per amare. Rifiutatevi, braccia, di uccidere ancora a qualsiasi latitudine!

Ovunque nel mondo c’è bisogno di braccia, di forza, di amore.

Un abbraccio, sempre Vicky!

6 marzo 2016 Posted by | Corpo, Esperienze, Mondo, Persone, Storia | , , , , , , , , , | 3 commenti

Sharmeen ha vinto!

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E così ce l’ha fatta per la seconda volta! La trentasettenne film-maker pakistana ci ha dimostrato che la fame e sete di giustizia paga, anche in ambienti considerati regno dell’effimero e della superficialità come l’evento dell’assegnazione degli Oscar.

Qui trovate il recente (17 febbraio 2016) press release di Human Rights Watch (HRW) in inglese, che denuncia questa violenza sulle donne pakistane, il “delitto d’onore“.

Con questo post ricomincio il mio impegno nel tradurre con permesso articoli e reports dall’inglese in italiano, per diffondere ancora di più la cultura della difesa dei diritti umani, tutti, a qualsiasi latitudine. È un onore per me essere a mia volta uno strumento di denuncia e di pace, ove possibile.

“HRW

Heather Barr 17 febbraio 2016

Ricercatore Senior, Divisione Diritti delle donne  
Twitter: heatherbarr1

Hanno progettato di sparare alla testa della diciannovenne Saba Qaiser, hanno messo il suo corpo in un sacco, e poi scaricato nel fiume. È pura fortuna che non ci siano riusciti. Saba è stato ferita ma non è morta, ed è riuscita a trascinarsi fuori dal fiume.

I suoi aggressori? Suo padre e suo zio, che hanno cercato vendetta su Saba dopo il matrimonio avvenuto senza il loro permesso.

Saba è la protagonista di “A Girl in the river – il prezzo del perdono“, un documentario della regista pakistana Sharmeen Obaid Chinoy, nominata per un Academy Award 2016. Il film accende una luce su una stima compresa tra 3.000 a 4.000 donne e ragazze uccise in Pakistan ogni anno, attraverso i cosiddetti “delitti d’onore”. Documenta un sistema in cui non solo tali omicidi sono spaventosamente comuni, ma raramente si traducono in una punizione. Le uccisioni sono spesso coperte dalle famiglie – e, a volte, da intere comunità – o sono legalmente giustificate in base a una legge che permette alla vittima o la famiglia di “perdonaregli assassini.

Il film, e la nomination agli Oscar, hanno spinto il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif a parlare pubblicamente dei “delitti d’onore”.  Sharif proietterà la pellicola nella sua residenza ufficiale, e ha dichiarato che esaminerà la questione e lavorerà alla riforma. Egli merita credito per aver parlato: questi omicidi sono una questione delicata in Pakistan.

Ma Sharif deve fare di più. Egli deve prendere misure rapide e concrete per porre fine all’impunità per i “delitti d’onore.” Dovrebbe sostenere e lavorare per approvare una proposta di legge presentata al parlamento pakistano nel 2014, che eliminerebbe la possibilità di questi omicidi essere “perdonati”. Egli deve anche imporre alla polizia di fare di più per scoprire e indagare su questi casi, si dovrebbe garantire un luogo di rifugio di emergenza, la protezione e il supporto disponibile per ogni donna o ragazza che possano essere esposte a rischi da parte delle loro famiglie.

La Chinoy ha reso un grande servizio per aver puntato un riflettore su una queste morti, che infondono anche il terrore in ogni donna e ragazza, che teme che anche lei possa trovarsi ad affrontare la morte se dovesse cercare di .

Il primo ministro Sharif ha compiuto un primo passo importante; ora è il momento per lui di farne un po’ di più.

Tradotto con permesso. Ogni inesattezza o discrepanza non è attribuibile a HRW , New York, Usa.

Dalla parte di chi non ha voce, sempre Vicky!

1 marzo 2016 Posted by | Esperienze, Idee, Mondo, News, Persone, Sentimenti, Storia | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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