Vincenza63's Blog

Conoscersi e parlarsi è un dono

Poche parole

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Non può aver lasciato uno spazio vuoto chi non lo ha mai riempito.

Niente da aggiungere. Sempre Vicky!

4 aprile 2017 Posted by | amore, Anima, Persone, Sentimenti | , , , , , | 25 commenti

Shhhhhhhhh!

2016-10-04-22-58-16-581

Ci sono sere in cui non ho voglia di nulla. Eccone una. Aspetto. Tutto passa.
Mi fa compagnia il silenzio.

Viaggio. Sempre Vicky.

 

3 dicembre 2016 Posted by | Anima, Esperienze, Musica, Persone, Sentimenti | , , , , , , , , | 7 commenti

Silenzio

assenza

 

Il fatto è che le parole mi si sono fermate “in gola” e quanto mi sta succedendo, emozioni negative e positive comprese, è intraducibile… per ora.

Il silenzio e la noia sono terreni fertili.

Bisogna solo aspettare. Avrete pazienza?

Sempre Vicky.

 

12 ottobre 2016 Posted by | Anima, Corpo, Esperienze, Persone, Sentimenti, Vita nuova | , , , , , , , , | 2 commenti

L’urlo/1

 (Google)

Non riuscirò mai a urlare ad occhi chiusi. In questo modo posso solo balbettare qualcosa di infantile che proviene da dentro, sussurrare parole senza senso se non quello intuibile dalla persona che le riceve, accarezzare con la voce il tuo viso, i tuoi capelli, tutto quello non fisicamente raggiungibile eppure così vicino.

Le rare volte in cui ho urlato le ricordo molto bene. Oggi te ne racconterò una, se solo vorrai leggere più avanti.

Quando ho urlato non è mai stato per liberarmi da qualcosa, non credo di essermi mai sentita meglio dopo, non è mai stato uno strumento o momento terapeutico per me, anzi. Mi sono sempre sentita più aggressiva e più debole, per questo ho spesso evitato di esplodere. A volte però ho fatto l’esperienza di questa lacerazione e mi sono fatta del male senza ritorno.

Le ferite sanguinano per il ricordo, specialmente di quelli in cui ho urlato senza voce dal cuore ed al cervello senza essere ascoltata.

Non ho mai pensato che nessuno meritasse violenza. Neppure io la meritavo. Sono in casa con lui, l’ho aspettato come al solito, sai che mi piace l’attesa… quel giorno arriva più nervoso che mai, vedermi probabilmente lo irrita, sicuramente vuole lasciarmi da tempo ma non ha il coraggio di parlare, spinge la situazione e la estremizza a livelli di ansia quasi insopportabile per entrambi. Ne farei a meno volentieri. È un giorno strano, me lo sento. Continua a provocarmi. Poi, quando vede che non ce la faccio più, mi ignora. Semplicemente smetto di esistere. Oggi però è diverso, probabilmente in qualche modo gli piaccio. Non vorrebbe nemmeno questo. Improvvisamente capisco. E quello che penso mi fa paura. Non riesco più a reagire in quel momento capisco quello che ho sentito raccontare tante volte da altre donne: il senso di immobilità, di impotenza, di terrore… è il trionfo della forza sulla volontà, della bestia sulla persona. Neanche ora che ci penso a distanza di tempo riesco a perdonarmi di non aver reagito in qualsiasi modo, qualsiasi piccolissimo gesto che non fosse il mio agitarmi per l’impossibilità di respirare e nessuno che potesse aiutarmi tranne me stessa. Non sono capace di odiarlo. Non sono più capace di amarlo. In quanto a me stessa non so più chi sono, cosa voglio, chi voglio e soprattutto perché. In quei lunghi momenti vorrei solo smettere di respirare, per non dover sentire quell’urlo strozzato.
Tutto ha una fine, anche quello schifo che secondo lui sarebbe stato amore. Io non ho voluto dargli un nome. Forse per conservare un briciolo di rispetto verso me stessa, per rendermi conto che quei piccolissimi gesti di difesa non avevano nessun effetto su di lui. Mi chiedo anche in questo momento perché non è finita quel giorno. In realtà dentro di me quel poco che c’era è morto. Il periodo che è seguito è stato solo il tempo necessario per seppellire un cadavere. C’è voluto tempo per elaborare il lutto.

Ora mi fermo. Ne ho bisogno.

Dedicato. Alla prossima, sempre Vicky.

7 aprile 2013 Posted by | Anima, Corpo, Esperienze, Persone, Sentimenti | , , , , , , | 12 commenti

Respiro

 (Google)

Il mio diaframma è pressochè fermo. E’ scientificamente misurato e dimostrato. Eppure… sono viva! La voce è quasi scomparsa, parlo con me stessa, tanto è basso il volume e il tono del mio respirare, della parola. È diventato un sussurro udibile solo da chi ha la pazienza di fermarsi e aspettare i miei tempi.

Questa è la storia recente del percorso che l’aria che mi attraversa  ha fatto in me in questi ultimi anni. Come al solito non rispetto la cronologia propriamente detta, ma quella del cuore, della mente, delle emozioni senza tempo…

Per un breve attimo ha lasciato il mio corpo, il mio respiro, per ritornarci attraverso un palloncino nero. Più debole di prima ma presente e caparbio come me! Uscirò dall’ospedale dopo nove mesi accompagnata dal mio respiro che non mi ha più lasciata da quel giorno. Era il 5 dicembre 1995. La mia Pasqua in anticipo.

Si accavallano in questo momento parecchi ricordi, pensieri.

Uno mi provoca una particolare tenerezza verso me stessa, sentimento che provo così raramente… Ho poco più di 12 anni, sono in un parco nelle vicinanze del mio quartiere. Mario ha 16 anni, frequenta una scuola professionale, è calabrese e vive in un convitto per ragazzi. L’ho conosciuto a un Luna Park, le Varesine – che tra l’altro non esistono più… Mi sta baciando. È la prima volta in assoluto della mia vita. Nessuno mi aveva spiegato che bisognava respirare con il naso e che ci sarebbe stata tutta quella saliva! Non so come fare. Non voglio fare la figura della bambina ma lo sono. Comincia a girarmi la testa e decido di respirare finalmente. Questo il ricordo del mio primo bacio, dato per curiosità, per la voglia di crescere in fretta; ho sempre voluto essere in anticipo sul tempo... già allora.

Una breve parentesi sul bacio. Per i motivi che ho descritto fino a una certa età, a dire il vero piuttosto recente, non ho mai apprezzato eccessivamente i baci profondi, in qualche modo li ho ridotti al minimo sindacale. Solo di recente mi sono accorta di apprezzarli, di desiderarli e anche di “respirarli”. Ora non potrei farne a meno.

Dalle doglie del travaglio prima del parto ho imparato a respirare per sopportare il dolore. Sei ore buttate via per dover affrontare poi un parto cesareo in extremis a causa della sofferenza fetale. Mi è servito imparare che il respiro non è soltanto qualcosa di automatico ma che prescinde dal nostro corpo e dalla nostra volontà. Alcune discipline e fedi religiose lo applicano per la maggiore concentrazione nella preghiera, nella meditazione, nella consapevolezza del Sé. Io l’ho usato per combattere il dolore. Ha funzionato. Anche nella ricerca spirituale. La chiamano ‘preghiera del cuore’, io la penso e la vivo come un’unione di respiri, una sintonia, una fusione dalla quale non può che emergere dapprima un oceano di silenzio che può in seguito generare due tipi di “cantici”: il primo a liberare dolore, il secondo gioia! In entrambi i casi il respiro è causa e mezzo primario di guarigione interiore ed esteriore. Di entrata nella vita. Così come il parto.

Un’ultima considerazione, per ora.

Il mio diaframma è perfettamente identico ad anni fa. Io assolutamente no. Fino all’ultimo respiro. Sempre Vicky.

24 marzo 2013 Posted by | Anima, Corpo, Dialogo, Persone, Sentimenti, Vita nuova | , , , , , , , , , , | 37 commenti

   

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