Vincenza63's Blog

Conoscersi e parlarsi è un dono

Bocca

 

Bocca. Oggi ti ho guardata e ti ho chiesto di raccontarmi Vicky. Senza parole pronunciate in una lingua conosciuta. Parlami come solo tu puoi fare. Soffiami dentro idee, emozioni, immagini, dolori… tutto. Vieni ad abitarmi. Io sono spalancata. Ho fame. Ho sete.

Bacio. Lo ami. L’hai scoperto e desiderato profondamente da pochi anni. Nessuno negato. Sempre generosa perchè amore è leccarsi, mangiarsi, toccarsi così. Non ne esiste neppure uno proibito. Li vuoi tutti. Li regali tutti.

Poesie a Roma. Hai respirato Prevert senza conoscere il francese. Lui è entrato attraverso un’anima che trasferiva emozioni, carezze, voce, conoscenza totale e vera. Un’amicizia vera e aperta traduceva in contemporanea sulle onde del cuore. Hai pronunciato parole incomprensibili e ne hai amato l’alito che le ha generate. Dette da Vicky assumono il suo viso, il suo odore, il suo suono. Scultura invisibile.

Habibi. Un soffio più che un suono. Dolce e arioso. Sembra il balbettio di un bambino. Lontano. Straniero. Eppure così vicino alla bocca di Vicky. Ti ho scritto come ti sento. Non parli la mia lingua eppure… mi arriva la tua aria. Vorresti tutte quelle del mondo per non perdere nulla, neanche un po’ di quell’ossigeno.

Sai generare urlo o sospiro. Puoi massaggiare e anche graffiare. Assaggi, mangi, ti lasci fare. Cosa saprai donare ora?

Sempre Vicky!

 

 

16 agosto 2014 Posted by | Anima, Corpo, Esperienze, Musica, Persone | , , , , , , | 2 commenti

L’urlo/1

 (Google)

Non riuscirò mai a urlare ad occhi chiusi. In questo modo posso solo balbettare qualcosa di infantile che proviene da dentro, sussurrare parole senza senso se non quello intuibile dalla persona che le riceve, accarezzare con la voce il tuo viso, i tuoi capelli, tutto quello non fisicamente raggiungibile eppure così vicino.

Le rare volte in cui ho urlato le ricordo molto bene. Oggi te ne racconterò una, se solo vorrai leggere più avanti.

Quando ho urlato non è mai stato per liberarmi da qualcosa, non credo di essermi mai sentita meglio dopo, non è mai stato uno strumento o momento terapeutico per me, anzi. Mi sono sempre sentita più aggressiva e più debole, per questo ho spesso evitato di esplodere. A volte però ho fatto l’esperienza di questa lacerazione e mi sono fatta del male senza ritorno.

Le ferite sanguinano per il ricordo, specialmente di quelli in cui ho urlato senza voce dal cuore ed al cervello senza essere ascoltata.

Non ho mai pensato che nessuno meritasse violenza. Neppure io la meritavo. Sono in casa con lui, l’ho aspettato come al solito, sai che mi piace l’attesa… quel giorno arriva più nervoso che mai, vedermi probabilmente lo irrita, sicuramente vuole lasciarmi da tempo ma non ha il coraggio di parlare, spinge la situazione e la estremizza a livelli di ansia quasi insopportabile per entrambi. Ne farei a meno volentieri. È un giorno strano, me lo sento. Continua a provocarmi. Poi, quando vede che non ce la faccio più, mi ignora. Semplicemente smetto di esistere. Oggi però è diverso, probabilmente in qualche modo gli piaccio. Non vorrebbe nemmeno questo. Improvvisamente capisco. E quello che penso mi fa paura. Non riesco più a reagire in quel momento capisco quello che ho sentito raccontare tante volte da altre donne: il senso di immobilità, di impotenza, di terrore… è il trionfo della forza sulla volontà, della bestia sulla persona. Neanche ora che ci penso a distanza di tempo riesco a perdonarmi di non aver reagito in qualsiasi modo, qualsiasi piccolissimo gesto che non fosse il mio agitarmi per l’impossibilità di respirare e nessuno che potesse aiutarmi tranne me stessa. Non sono capace di odiarlo. Non sono più capace di amarlo. In quanto a me stessa non so più chi sono, cosa voglio, chi voglio e soprattutto perché. In quei lunghi momenti vorrei solo smettere di respirare, per non dover sentire quell’urlo strozzato.
Tutto ha una fine, anche quello schifo che secondo lui sarebbe stato amore. Io non ho voluto dargli un nome. Forse per conservare un briciolo di rispetto verso me stessa, per rendermi conto che quei piccolissimi gesti di difesa non avevano nessun effetto su di lui. Mi chiedo anche in questo momento perché non è finita quel giorno. In realtà dentro di me quel poco che c’era è morto. Il periodo che è seguito è stato solo il tempo necessario per seppellire un cadavere. C’è voluto tempo per elaborare il lutto.

Ora mi fermo. Ne ho bisogno.

Dedicato. Alla prossima, sempre Vicky.

7 aprile 2013 Posted by | Anima, Corpo, Esperienze, Persone, Sentimenti | , , , , , , | 12 commenti

   

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