Vincenza63's Blog

Conoscersi e parlarsi è un dono

Solitudine e essere soli

vuoto (da Google)

 

Su ispirazione di un blog che seguo,  A piedi scalzi, ho pensato di fare una breve riflessione e condividerla con chi mi legge.

Io do a “solitudine” un significato attivo, come una volontà. Questo non ci deruba della leggerezza, anzi ci aiuta a liberarci di zavorre inutili. Chi non ne ha?

Essere soli” lo percepisco invece come qualcosa di passivo, di subito, che ci mette ansia e inquietudine. Vorrei onestamente vivere la prima dimensione, ma pur illudendomi di scegliere, so già che talvolta altri lo fanno e lo faranno senza chiedere il permesso alla mia sensibilità.

Mi ritrovo così a “essere sola”.

Emerge un dubbio che diventa certezza ora: non c’è un “o” “o”, ma un “e” “e”, cioè facciamo esperienza di entrambi gli stati mentali ed emotivi. Siamo carnefici e vittime, secondo le circostanze.

In entrambe ci “muoviamo”, respiriamo e viviamo.

Come nella musica, compagna di vita. Sempre Vicky!

 

 

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1 febbraio 2016 Posted by | Anima, Esperienze, Idee, Musica, Persone, Sentimenti | , , , , , , | 5 commenti

Non c’è pace per Calì

“Eh sì, caro Liborio… s fa presto a tingersi il viso di rosso, bianco e azzurro per il (giusto e condiviso) dolore per vittime lontane. Il QUI E ORA invece è un certo signor Calì, consapevole e lucido, presente al suo problema. Sì, IL SUO. Cosa sua, non “cosa nostra”.
Ha ragione Calì, la sua/nostra bambina…
Ha ragione ancora oggi Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”. I sottoprodotti umani rientrano in questo stato. Uno stato di merda. In tutte le sue accezioni.”

Così ho commentato la notizia che segue, una di quelle invisibili che mi sento ONORATA di ospitare e divulgare. Gianluca Calì mi fa sentire migliore. La sua bambina ancora di più.

bloggheggiamo

gianluca-calì

Eh già, dice bene il titolo di questo articolo, ed è la verità.  Voi vi chiederete perché quest’uomo con la sua famiglia, con il suo lavoro non debba avere pace? La risposta sta solo in una parola “coraggio”. Ed è quello che senza indugi ha mostrato l’imprenditore siciliano sin dal primo momento che ha ricevuto richieste di estorsione. Quel coraggio che purtroppo manca a tanta gente, la quale pur di vivere una vita apparentemente tranquilla e senza sorta di preoccupazioni si accolla anche di mostrare le terga pronte per essere infilzate. Pregiudizio ed ignoranza fanno si che le persone spesso facciano valutazioni e prendono decisioni che vanno al contrario di come logica vorrebbe che andassero soprattutto quando di mezzo ci sono dei bambini in età scolastica. Chiedere ad una famiglia come quella dell’imprenditore Cali, di subire un altro smacco,quello di accompagnare da soli la propria bambina ad una recita teatrale…

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1 dicembre 2015 Posted by | Esperienze, Idee, News, Persone, Uncategorized | , , , , , | 4 commenti

L’occhio e la tastiera/Il razzismo è già guerra!

   Immigrati a Lampedusa (Google)

Da www.ondanomala.org il mio ultimo pezzo pubblicato nella rubrica  ‘L’occhio e la tastiera-Pensieri’:

“Le armi dei tiranni non tramontano.
La crudeltà del seminare l’odio è da tempo immemorabile strumento di ricatto e di sangue. Quando finirà questa escalation di disumanità? Il mio occhio osserva un mondo in migrazione forzata, la mia tastiera descrive con estremo dolore la divisione e le potenziali polveriere a rischio. Non c’è bisogno di spostarsi molto da casa. E’ sufficiente uno scambio acceso di vedute con uno degli interlocutori a me più vicini: mia madre. Fondamentalmente le argomentazioni sono due racchiuse in un’unica domanda: dove metteremo tutta questa gente che non sappiamo nemmeno chi sia? Entro subito in polemica, non resisto. Penso  al  buonismo di pie donne che in parrocchia raccolgono coperte per i poveri e sgranano il santo Rosario. Sto attenta a star loro lontana: appartenendo a una delle categorie che sfruttano lo Stato – sono una persona con disabilità – potrei  essere assimilata agli ‘invasori’ Africani e divenire obiettivo di cecchini…

E’ di oggi la dichiarazione ultima di uomini di pace del calibro di Gheddafi: l’Europa sarebbe come Hitler. Devo guardarmi le spalle. Mi chiedo: saranno accessibili i nostri centri (campi)? Basta guardare un’immagine qualsiasi: sono luoghi di detenzione da dove chi può, scappa, evade.

Do’ un’occhiata al sito di Human Rights Watch(www.hrw.org) per cercare informazioni riguardo la situazione non presenta e avere la mia cartina di tornasole, cruda, attendibile. Leggo.

Italia: Agire subito per porre fine alla violenza razzista

Le autorità dovrebbero riconoscere l’entità del problema e garantire i procedimenti penali idonei.

Judith Sunderland, ricercatrice senior per l’Europa occidentale di Human Rights Watch

(Roma, 21 marzo 2011) – Il governo italiano non sta prendendo le giuste misure atte a prevenire e perseguire la violenza razzista e xenofoba, afferma Human Rights Watch in un rapporto pubblicato oggi. Gli immigrati, gli italiani di origine straniera e i Rom sono stati vittime di brutali attacchi occorsi in Italia negli ultimi anni.

Il rapporto “L’intolleranza quotidiana: la violenza razzista e xenofoba in Italia” documenta in 81 pagine le mancanze dello Stato italiano nel prendere misure efficaci contro i crimini imputabili a odio discriminatorio. Sono rari i casi in cui l’aggravante razzista venga contestata nelle azioni penali per violenze, e le autorità italiane tendono a sminuire la portata del problema e non condannano con la necessaria forza gli attacchi. L’inadeguata formazione delle forze dell’ordine e del personale giudiziario e l’incompletezza della raccolta di dati aggravano la situazione. Allo stesso tempo, la retorica dei politici, le misure del governo e la cronaca  mediatica collegano gli immigrati e i Rom alla criminalità e contribuiscono ad alimentare un clima di intolleranza.

“Il governo dedica molta più energia a incolpare i migranti e i Rom dei problemi che attanagliano l’Italia di quanto non faccia per fermare gli attacchi violenti contro di loro”, ha detto Judith Sunderland, ricercatrice senior per l’Europa occidentale di Human Rights Watch. “Le dichiarazioni allarmiste del governo su una invasione di ‘proporzioni bibliche’ dal Nord Africa è solo l’ultimo esempio di retorica irresponsabile. I funzionari dovrebbero proteggere i migranti e i Rom dalle aggressioni “(continua su http://www.hrw.org/en/news/2011/03/21/italia-agire-subito-porre-fine-alla-violenza-razzista) .

Non aggiungo altro. All’estero ci conoscono… e non è un bel pensiero.

Vincenza Rutigliano”

Questa è la Sicilia e l’Italia che sento mia… La Bellezza! Un abbraccio, sempre Vicky!

2 aprile 2011 Posted by | Anima, Esperienze, Idee, Persone | , , , | 6 commenti

Che cos’è la civiltà?

Cosa c’entrerà mai un banale carrello della spesa come quello sopra col concetto di civiltà? Ora ve lo spiego subito.

Per chi può metterci dentro qualche cosa non presenta nessun mistero, ovviamente. Non così per chi come me non lo può usare, perché ha problemi con le mani, perché deve farsi aiutare per prendere le cose dagli scaffali e poi metterle dentro il famoso carrello.

Dopo questo preambolo, vi racconto un aneddoto di ieri. Alla fine del disgelo durato più di una settimana, sono riuscita finalmente a uscire e prendere un po’ di aria, come se fossi stata agli arresti domiciliari per un po’ e potessi finalmente godermi un po’ di libertà.
Decido di andare al centro commerciale Fiordaliso a Rozzano (Milano) per fare un giretto e dare un’occhiata qua e là… come una cliente qualsiasi. Mi faccio aiutare da una persona a prendere delle cose e decido di avviarmi alla cassa.

Un errore imperdonabile! Sì, perché ‘quelli come me’ hanno le cosiddette casse dedicate con precedenza. Dove sta la civiltà in questo? Dal mio punto di vista la precedenza o preferenza deve essere una scelta, non un’indicazione suggerita da un cartello oppure da una cassiera affetta da eccesso di zelo. Perché dico questo?

Generalmente mi rifiuto di mettermi in coda a quelle casse, perché tutti mi guardano come se volessi fregare il posto a qualcuno e io mi sento di più una ladra che una cliente… occhi puntati addosso, sguardi di compatimento oppure incazzati per il suddetto posto fregato e così via. Per evitare questo uso qualsiasi cassa mi venga in mente, purché ci sia poco da aspettare (cosa che credo sia augurino tutti).

Un gentiluomo in fila davanti a me accompagnato dalla sua dolce metà si offre di cedermi il posto ed io, ringraziandolo per la sua gentilezza, mi avvicino alla cassa. Fin qui la civiltà la vedo completa. Viene offerto l’aiuto, se accettato o meno si ringrazia giustamente.
Improvvisamente la tempesta si scatena. La dolce signora si trasforma in ciclone rimproverando il pover’uomo di aver osato tanto, adducendo argomentazioni non richieste da nessuno, tantomeno da me. Il signore insiste, ma io a questo punto rifiuto la sua offerta e, nonostante l’umiliazione, mi rimetto in fila nella stessa cassa. Il mio senso di civiltà mi ha insegnato la nonviolenza, la speranza di essere un esempio più che un fiume di parole. La mia presenza parlerà più della mia assenza.

Effettivamente ottengo qualcosa. Anzi, più di qualcosa. La soddisfazione più grande è quella di rimanere lì, senza vergognarmi ma anzi, vedendo quanto si trova in difficoltà quella signora per giustificare la sua meschinità e mancanza di cortesia rispetto al marito, la rassicuro dicendole che non ho fretta, di stare tranquilla. La cosa che mi fa più ridere è il suo tentativo di entrare in sintonia con me nonostante il violento rifiuto raccontandomi di aver lavorato per ‘quelli come me’ per quattro anni. A chi importa? Mica ci vogliono le referenze per essere aggressivi e incivili!

Li osservo entrambi, mentre ripongono frettolosamente la spesa. Lui non ha più il coraggio di guardarmi in faccia. Guarda per terra.

Vanno via, senza neanche salutare. Guardo per terra anch’io, per controllare che non abbiano perso qualcosa nella fretta di uscire…

Il fiore all’occhiello di certi posti pubblici come supermercati, centri commerciali in genere, mercati rionali non dovrebbe essere la precedenza o preferenza, piuttosto un aiuto concreto da parte di volontari oppure di dipendenti che si dedicano a persone in difficoltà come me che devono comunque, come qualsiasi altro cliente, fare la spesa.

Questa per me è la civiltà!

Un pensiero a chi la spesa non può farla, perchè non può uscire di casa: io so!

Sì alla non-violenza! Sempre Vicky!

22 dicembre 2010 Posted by | Esperienze, Persone | , , | 16 commenti

Io personale, io (a)sociale.

 

Questo il titolo della rubrica su http://www.le-cercle.it/argomenti.php  in cui scriverò per un paio di volte al mese. Si tratta di un caffè letterario online col quale mi è stato chiesto di collaborare. Un’esperienza nuova, un luogo nuovo dove far circolare idee, parole, memorie.

Di seguito riporto il primo pezzo che ho pubblicato, sperando che possiate conoscermi e riconoscermi in quanto scrivo.

Io personale, io (a)sociale.

Come suggerisce il titolo, non posso che partire dal mio Io, il più personale che conosca, o mi illuda di conoscere, da oltre quarantasei anni. Un lungo viaggio per approdare all’oggi sociale, che voglio condividere insieme a chi mi vorrà leggere, non in quanto insieme di parole, ma come successione di immagini che emergono lasciando che le righe si trasformino in emozioni.
Ho pensato molte volte dopo un grave problema di salute, del quale col tempo ho imparato a infischiarmene nella vita di ogni giorno, che le persone si allontanassero da me non trovando le parole ‘giuste’ da dirmi. In effetti  ho ancora l’immagine di M.L. che mi evita accuratamente per mesi, finchè intercettata a messa dalla sottoscritta ammette di non sapere cosa dire. Io neppure… se non un ‘Ti voglio ancora bene, per me non è cambiato niente’. Non la vedo ormai da anni.
Il dolore e la malattia ci separano, ci derubano della comunicazione, ci riducono a numeri, magari ad icone di un’idea distorta che il nostro prossimo si crea di noi.

Di me in particolare la mia comunità, sia la mia più vicina che è la famiglia, sia quella più allargata, cioè quella civile e religiosa, non ha problemi ad accettare il cambiamento fisico e funzionale – sono una persona con disabilità motoria dal 1995 – anzi… Piuttosto mi sono sentita spesso un certo fastidio che mi passava da parte a parte in quelle ormai innumerevoli occasioni in cui ho mostrato di voler continuare una vita sia privata che sociale non etichettata e legata ad una categoria. Mi spiego. Io non sono il mio corpo, o almeno non solo. Non ho voluto intenzionalmente chiudermi nella mia disabilità. Ho archiviato le vecchie amicizie e ho accettato da Dio e dalla vita quelle nuove che sono arrivate. Ho perso il padre di mia figlia, del quale sono vedova, e ho successivamente incontrato un nuovo amore.

Sono una donna fortunata. Le persone veramente amiche mi hanno vista cambiare, morire e poi rinascere e hanno prima pianto per poi rallegrarsi con me.
A tutte queste persone, prima tra tutte a quella splendida donna che è mia figlia, un semplice abbraccio per dire quello che le parole non comunicano.
Lascerò che parli per me una persona che nella sua breve vita ha osato molto:

“Amico mio, accanto a te non ho nulla di cui scusarmi, nulla da cui difendermi, nulla da dimostrare: trovo la pace… Al di là delle mie parole maldestre tu riesci a vedere in me semplicemente l’uomo.”

Antoine de Saint-Exupery

 

Un caro saluto, un brano a me molto vicino, sempre Vicky.

24 maggio 2010 Posted by | Anima, Persone | , | 2 commenti

Brutta senz’anima.

  Per parafrasare il titolo di un grande successo di Cocciante, ‘Bella senz’anima’, Vicky è ‘brutta senz’anima’. Passando oltre il lato fisico, circa la sua carente bellezza, vi parlerà del suo lato che spesso e volentieri si eclissa: l’anima perduta. Semmai ne avesse avuta una, questa vecchia Eva difettosa. 

Come il brutto anatroccolo, come il gobbo di Notre-Dame, come il giudice nano di De Andrè Vicky si nasconde. Nasconde, a seconda del pensiero del suo interlocutore più vicino, lei usa la sua diversità per stare sul trono, per sminuire il prossimo, per essere orgogliosa, per chiedere tutto e non dare niente o poco più in cambio.

Non ama Vicky. Lei usa. Non soffre davanti alla sofferenza altrui: la sua è sempre più grande.

Riceve a volte sorrisi, a volte amore, a volte carezze… non è mai abbastanza per lei. Provoca l’annullamento, l’appiattimento, la scomparsa del suo prossimo che ama. Ed ecco la grande scoperta! Vicky smetterà di esistere! Dopo 46 anni di cazzeggio e tante persone perse durante il viaggio nella vita, non da ultima sè stessa più di una volta, è il tempo di crescere, di diventare Vincenza, quella che ha il nome di un’altra, non quello che le è piaciuto e che ha scelto all’età di 12 anni.

La chiave di tutto: non scegliere più.

In tanti finalmente potranno amarla, accarezzarla, parlarle come più piace loro. Vicky non c’è più! Deve solo imparare a lasciare posto a Vincenza, una persona mite, arrendevole, remissiva. Amabile. Dolce forse? Vicky non si è mai pensata così. Neanche quando gli uomini gliel’hanno detto.

Questa nuova Eva creata con tanti difetti fisici e non, è una svista del Padreterno… ma si lascerà plasmare e ri-creare. E mentre altri torneranno a vivere con Vincenza, Vicky finalmente potrà morire ed essere dimenticata… un brutto sogno.

Giù le armi quindi. Resa completa.  

Ma… una domanda sola resta a Vicky alla fine della sua storia. E’ valso la pena esserci, lottare, piangere, stupirsi, scandalizzarsi, urlare dentro e sola mentre gli altri la guardavano come ognuno guarda al suo pezzo esclusivo?

Un carissimo saluto, usando la bellezza unica che conosce: la musica. Ciao Vicky.

 

9 gennaio 2010 Posted by | Senza categoria | , , , | 12 commenti

G per giustizia… V per vendetta.

 

 

 

UN GIUDICE

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d’una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:

vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo
troppo vicino al buco del culo.

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva “Vostro Onore”,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

E se, riflettendo solo un attimo, applicassimo tutto questo a un uomo di potere politico, economico, e….

Sempre avanti… Grazie Faber!

Vicky.

 

7 gennaio 2010 Posted by | Senza categoria | , , , , , | 12 commenti

Il cittadino basigliese medio sarebbe…

   … ignorante e insensibile, oltre che poco attento agli eventi nazionali.Non c’è speranza e verso che il nostro primo cittadino provi a correggersi quando si rivolge alla popolazione di Basiglio (Mi), tra i quali … oooooopppppssss …. si trovano anche i suoi sostenitori nonchè elettori!

Questo quanto secondo Repubblica.it avrebbe dichiarato il sindaco del mio comune riguardo l’affissione su spazi istituzionali di manifesti ‘targati’ PdL:

“L’immagine di Silvio Berlusconi sanguinante, appena colpito al volto da Massimo Tartaglia, è finita per la prima volta su un manifesto politico. L’iniziativa è del sindaco del Pdl di Basiglio, paese del Milanese edificato dal premier negli anni Settanta, che l’indomani dell’aggressione del 13 dicembre ha mandato in stampa un centinaio di poster con la foto del presidente del consiglio ferito e la scritta: “E’ questo il Paese che vogliamo? Una società che non rispetta le istituzioni è destinata a morire”.(1)

Il simbolo del Pdl di Basiglio è ben visibile sulle affissioni, fotografate e pubblicate su diversi blog. Per il sindaco Marco Cirillo non si tratta di un manifesto elettorale, comunque, bensì di “un doveroso messaggio alla cittadinanza per dire che certe cose sono sbagliate. Per questo, anche se alcuni di sinistra non erano d’accordo, abbiamo usato anche gli spazi riservati alla comunicazione istituzionale (1). Attentare al presidente del consiglio significa avere spregio per la nostra democrazia”.

Un centinaio i manifesti affissi per le strade di uno dei comuni più ricchi d’Italia. Dopo oltre due settimane alcuni manifesti sono ancora al loro posto, molte copie state rovinate dalla neve “e diverse – rimarca Cirillo – abbiamo dovuto sostituirle perché erano state strappate”. “Abbiamo informato il presidente Berlusconi dell’iniziativa attraverso la sua segreteria – racconta Cirillo – ma non abbiamo avuto riscontri”.

5 gennaio 2010

http://milano.repubblica.it/dettaglio/Basiglio-ecco-il-manifesto-col-premier-sanguinante/1821221

(1) Il PdL, per dovere di informazione verso chi legge, è uno dei partiti che ci governano facente parte della lista ‘Cittadini Solidali per Basiglio’ insieme alla Lega Nord, che non ha ‘firmato’ il manifesto.

…come sopra citato…

Concludendo, due impressioni.

La prima come abitante di Basiglio: come si permette di volermi insegnare un senso civico e umanitario comune a qualsiasi persona, di qualunque credo o orientamento ideologico? Lo scopo didattico della sua PERSONALE ESTERNAZIONE non può che offendere l’intelligenza mia, cioè quella del basigliese medio. Chiedo le sue scuse. Minimo. Alla cittadinanza intera.

La seconda come cittadina di Basiglio: mi permetta di dissentire sulla liceità dell’utilizzo di spazi istituzionali. Il PdL è un partito politico, non un’istituzione, facente parte di una coalizione.  Non ha neanche pensato a rappresentare la lista che l’ha eletta: che dice la Lega Nord al proposito? E il PdL stesso… bah!

Detto questo mi chiedo dove siano gli elettori di Basiglio e ancora di più dove sia l’opposizione di sinistra zittita o qualsiasi voce… SIAMO ALLO SBANDO.

Un saluto musicale, con amore per tutti! Vicky.       

 

 

6 gennaio 2010 Posted by | Senza categoria | , , , | 3 commenti

I comunisti mangiano i bambini?

Ritorna alla homepage    Da: www.storialibera.it

Massimo INTROVIGNE
Quando i comunisti mangiavano (per davvero) i bambini (Cina)
tratto da: Il Domenicale, n. 38, 23.9.2006.

    40 anni fa la tragedia della rivoluzione culturale. Tutta l’atroce verità su quel rito politico, celebrato con allure religiosa, che impose di divorare donne, vecchi e bimbi. Con bibliografia. Per questo “comunista” odorerà, per molti e per sempre, di sangue. Ci pensi il governo italiano mentre amoreggia con Pechino.

La Sinistra radicale italiana ha il piacere di stare al governo del Paese, ma ha il dispiacere di vedere fatti a pezzi i miti su cui si regge la sua stessa esistenza e i ritratti che continuano a campeggiare su bandiere e magliette che si vedono in ogni sua manifestazione. Prima Fidel Castro, ora Mao Tse-tung (1893-1976). Quarant’anni fa, nell’agosto 1966, cominciava in Cina la rivoluzione culturale, cioè la distruzione sistematica della cultura cinese. Tre milioni d’intellettuali e membri di gruppi sociali “sospetti” furono uccisi, e cento milioni di cinesi incarcerati o deportati. Bastava avere in casa un libro non marxista per rischiare la deportazione o peggio. Il clima è stato rievocato a fosche tinte anche da quotidiani di Centrosinistra. Il crimine di leso Mao Tse-tung è stato subito denunciato sui giornali della sinistra radicale, e l’onorevole Oliviero Diliberto – prendendosi una rara pausa dai suoi impegni di propagandista degli Hezbollah – ha invitato a riconoscere anche quanto di buono fu fatto da Mao in Cina.

A Diliberto si consiglia allora la lettura del capitolo sulla rivoluzione culturale della mirabile biografia ‘Mao la storia sconosciuta’ (Longanesi, Milano 2006) della grande scrittrice cinese Jung Chang, scritta in collaborazione con Jon Halliday – una lettura obbligatoria nonostante la mole (960 pagine) per chiunque voglia capire il comunismo cinese -, che rimanda a un’opera,

 purtroppo mai tradotta in italiano, del dissidente cinese Zheng Yi,   Scarlet ‘Memorial: Tales of Cannibalism in Modern China’, pubblicata nel 1996 negli Stati Uniti dall’autorevole Westview Press.  Scarlet Memorial: Tales Of Cannibalism In Modern ChinaDopo la morte di Mao, senza troppa pubblicità, alcune commissioni d’inchiesta indagarono sulle atrocità della rivoluzione culturale. Una lavorò nel 1983 sulla contea di Wuxuan. Lo stesso Zheng Yi, un giornalista comunista che aveva militato nelle Guardie Rosse, fu inviato da un giornale di partito di Pechino con lettere di accreditamento ufficiale che invitavano le autorità locali a mettersi a sua disposizione per un’inchiesta. All’epoca, Deng Xiao Ping (1904-1997), che al tempo della rivoluzione culturale era stato estromesso dalla dirigenza del partito, malmenato e mandato a lavorare in una fabbrica di trattori di provincia, dove era sfuggito per miracolo a un tentativo di assassinio, era diventato il padrone della Cina e aveva interesse sia a screditare la “banda dei quattro” che aveva promosso gli eventi del 1966, sia a far filtrare qualche cauta critica allo stesso Mao Tse-tung che non lo aveva certamente protetto.

Regnante Deng Xiao Ping, s’indaga sugli eccessi della rivoluzione culturale e migliaia di militanti che si sono resi colpevoli di atrocità sono incriminati. Il lavoro dei tribunali sembra serio, e molti vedono una franca indagine su questo orribile passato come il preludio all’inevitabile democratizzazione. Ma la classe dirigente del Partito Comunista Cinese e lo stesso Deng la pensano diversamente. La repressione del movimento degli studenti in Piazza Tiananmen nel 1989 segna la fine della breve primavera di speranze democratiche in Cina.

Mostra immagine a dimensione intera   Dopo Tiananmen, il regime si chiude su se stesso. Su Mao, responsabile secondo Jung Chang di settanta milioni di morti, si applica la “regola delle dieci dita”, che sembra usata in Italia anche da Diliberto e compagni: nove dita, insegnano i libri di scuola cinesi, lavoravano per il bene del popolo, una sfuggiva al controllo e deviava. Come ricordano Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nella loro recente summa storica sulla rivoluzione culturale, ‘Mao’s Last Revolution’ (Harvard University Press, Cambridge [Massachusetts] 2006) – un’altra opera indispensabile nonostante la mole (oltre 600 pagine) – gli storici cinesi e stranieri che indagano sulle atrocità, fino ad allora incoraggiati dal regime di Deng, improvvisamente trovano ostacoli. Gli archivi, che si erano miracolosamente aperti, si chiudono. Le istruttorie sono concluse frettolosamente e le condanne sono sorprendentemente lievi: meno di cento condanne a morte in tutta la Cina – un Paese che ha il record di pene capitali nel mondo, applicate anche a reati che non implicano la perdita di vite umane – per i massacri di massa della rivoluzione culturale, pene da cinque a quindici anni per i responsabili di autentici eccidi.

Rieducare i rei. Mangiandoli

  Mostra immagine a dimensione intera Un dramma nel dramma è quello costituito da una forma di cannibalismo che un sociologo non può non chiamare rituale, dove i “nemici del popolo” sono mangiati in adunate di massa, un fatto che in questa forma non ha precedenti neppure nella storia del comunismo. Gli archivi non sono più aperti ma molti documenti esistono ancora. A Zheng Yi dopo Tiananmen è vietato di pubblicare il suo libro in Cina. Ma riesce a farlo pubblicare a Taiwan prima di fuggire, ormai da ex-comunista, negli Stati Uniti. Scarlet Memorial resta così un monumento alle vittime di una delle peggiori atrocità del secolo XX, anche se l’indagine riguarda solo alcune prefetture, in particolare quella di Wuxuan, nella provincia sud-occidentale di Guangxi. Come riassume Jung Chang, a Wuxuan (e non solo lì) «nelle adunate di denuncia, il pezzo forte del regime maoista, veniva praticato il cannibalismo. Le vittime venivano macellate e alcune parti scelte dei loro corpi, il cuore, il fegato e talvolta il pene asportate, spesso prima che i poveretti fossero morti, cucinate sul posto e mangiate in quelli che all’epoca erano chiamati “banchetti di carne umana”». Nel solo Guangxi, Zheng Yi calcola in almeno 10mila il numero dei “cannibalizzati”.

Il caso del Guangxi è particolarmente clamoroso – e ha suscitato dopo la rivoluzione culturale il maggiore interesse a Pechino, con inchieste e processi – ma è certo che, forse non sulla stessa scala, il cannibalismo rituale comunista abbia celebrato i suoi orrendi fasti anche in altre province della Cina. L’aspetto straordinario delle vicende del Guangxi nasce però dal fatto che tutto è documentato non da una propaganda anticomunista, ma da inchieste e processi promossi all’epoca di Deng dallo stesso Partito Comunista Cinese.
Ove leggesse questi testi, Diliberto potrebbe ripensare alla sua reazione indignata quando in campagna elettorale Silvio Berlusconi parlò di cannibalismo nella Cina di Mao. Romano Prodi chiese scusa alla Cina, e anche qualche pavido alleato parlò di esagerazioni. La stessa difesa dei sostenitori di Berlusconi su qualche giornale era incompleta: si riferiva ai casi di cannibalismo nell’epoca precedente del Grande Balzo in Avanti, dovuti alla fame, non all’ideologia, anche se la fame era stata provocata dalle dissennate riforme di Mao. L’unicità – anche rispetto ai casi della Russia staliniana descritti nel recente volume ‘L’île aux cannibales’ dello storico Nicolas Werth (Perrin, Parigi 2006), dove certo erano le guardie a mangiare i detenuti e non viceversa, ma non è che avessero molto altro da mangiare – degli episodi documentati da Zheng Yi e Yung Chang sta nel fatto che nella Cina della rivoluzione culturale nessuno moriva più di fame come negli anni 1950. I “banchetti di carne umana” non miravano a placare la fame, ma erano definiti «dimostrazioni esemplari di eliminazione», il cui scopo era terrorizzare ogni potenziale dissidente e infliggere al “nemico”, cioè a chiunque la pensasse diversamente da Mao, e ai suoi figli, un trattamento che mostrasse a tutti che il regime non li considerava persone umane.

   L’idea di “nemico” era molto ampia. Non erano “cannibalizzati” solo quanti erano stati iscritti a partiti diversi da quello comunista o erano discendenti di proprietari terrieri. Le stesse Guardie Rosse si erano divise in una “grande fazione” e in una “piccola fazione”, e Mao stesso giocava sullo scontro per controllare meglio il movimento. Quando Mao si schiera decisamente con la “grande fazione” centinaia di membri delle Guardie Rosse, fedelissimi del “Grande Timoniere”, sono a loro volta cannibalizzati. Zheng Yi considera l’aspetto allucinante della sua inchiesta non il fatto che bambini (la cui carne è considerata più tenera e gustosa) siano mangiati di fronte ai genitori (e viceversa) e donne orrendamente torturate prima di finire sul tavolo dei “banchetti di carne umana”, né che il cuore e il fegato dei “cannibalizzati” siano conservati per anni sotto sale per essere consumati più tardi quali prelibatezze dotate anche di presunti poteri curativi.

No: quello che lo sconvolge è che – quando si trattava di Guardie Rosse della “piccola fazione” – queste si facessero macellare o strappare brandelli di carne mentre erano ancora vive gridando “Viva il Partito” o “Viva Mao”, convinte che il Grande Timoniere ignorasse o disapprovasse le atrocità. E invece – sul punto il libro di MacFarquhar e Schoenhals è implacabile quanto quello di Jung Chang – Mao non solo sapeva ma organizzava il terrore fino ai suoi limiti più estremi, nell’ambito di una complessa manovra per conservare un potere assoluto che gli sembrava minacciato.

Ci sono stati altri casi di cannibalismo – come si è accennato, nei GULag siberiani e nella stessa Cina delle grandi carestie – nella storia di morte del comunismo. Ma quello della rivoluzione culturale è l’unico dove la fame non c’entra, non può essere invocata per fornire una qualunque difficile giustificazione. No: si mangiavano i bambini – e gli adulti, le donne, i vecchi – non per necessità alimentare, ma per celebrare un rito politico con toni a loro modo “religiosi”. Gli unici precedenti – ma su scala numerica assai più ristretta – li troviamo nel cannibalismo ai danni dei rivoltosi cattolici vandeani praticato dalle più fanatiche truppe della Rivoluzione francese e documentato dallo storico francese Reynald Secher. È difficile immaginare che Diliberto chieda scusa a Berlusconi. Ma, appurato che i comunisti mangiavano per davvero i “nemici di classe”, bambini compresi, speriamo che non si indigni più quando Mao è dipinto per quello che era: il maggiore assassino della storia, responsabile di 70 milioni di morti. E non si stupisca se “comunista” resterà, per molti e per sempre, una parola che odora di tortura, di strage e di sangue.

Data inserimento: 27/07/2007″

 

So di essere stata un po’ troppo lunga ma quando ho letto questo pezzo sono rimasta davvero sconvolta… Capisco, ma non giustifico, la prigionia, la tortura, lo stupro come mezzo di sopraffazione dell’altro ma il cannibalismo è davvero rasente la stregoneria. Altro che rivoluzioni, culturali poi! I fatti di piazza Tiananmen risalgono a soli 20 anni fa: non ho letto niente con un bel PER NON DIMENTICARE, da nessuna parte. Forse leggo davvero molto poco…

Vorrei solo che qualcuno smentisse questo scritto e quanto riportato…

No alle dittature, tutte! Vorrei non salutarvi in musica ma… essa è la bellezza della vita! Vicky. 

 

5 gennaio 2010 Posted by | Senza categoria | , , | 9 commenti

Pace!

 

Oggi 1 gennaio è la giornata mondiale della pace.

La dedico a chi offre la pace e a chi l’accetta.

Con un pensiero speciale a chi rifiuta il perdono e la riconciliazione.

Peccato…

PACE E’ IL NOME DI DIO (Comunità Sant’Egidio)

Un abbraccio con gioia! Vicky 

 

 

La musica… veicolo di dialogo e pace.

 

1 gennaio 2010 Posted by | Senza categoria | , , , | 6 commenti

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