Vincenza63's Blog

Conoscersi e parlarsi è un dono

Islam e Daulatdia

daulatdia

 

Al seguente link trovate un articolo che narra di una realtà a dir poco rivoltante.
Succede nel 2017.

Succede mentre nelle nostre vite entrano ed escono notizie (chiamiamole così) su colossali cazzate.

E intanto dall’altra parte del mondo…

La persona a cui si riferisce il link è una donna musulmana femminista. Quando qualche anno fa ci siamo incrociate sul Web perché leggeva il mio blog e io il suo. Non potevo credere ai miei occhi quando ho visto le due parole accostate!
Lei stessa, che per sicurezza mantiene l’anonimato causa minacce, è impegnata in prima linea con conferenze, visite nelle scuole, articoli ecc.

Lascio a voi ogni commento riguardo quello che segue.

Chiedo scusa per eventuali errori relativi alla mia traduzione dallo spagnolo.

Sempre Vicky.

 

https://mezquitademujeres.org/2017/10/17/burdel-bangladesh/#comment-1354

 

Daulatdia: vivere e crescere nel più grande bordello del Bangladesh

 

È il più grande bordello del Bangladesh, e forse del mondo. La città di Daulatdia ospita più di 1.500 prostitute, alcune di appena 10 anni.

Daulatdia è il nome di un villaggio bordello in Bangladesh. È diventato noto come uno dei più grandi bordelli in tutto il mondo. Aperto intorno al 1988, è uno dei 20 bordelli ufficialmente sanzionati in Bangladesh, ma era ufficiosamente in attività già durante i decenni precedenti.

Situato tra una stazione ferroviaria occupata e il porto pieno di migliaia di uomini, Dautladia da’ casa a lavoratrici del sesso che servono migliaia di uomini al giorno. L’età media delle nuove arrivate è di 14 anni (l’età del consenso) e alcune sono più giovani. Molte di loro sono vendute dai trafficanti per le reti di sfruttamento sessuale o “dalal” per circa $ 250 dollari, che vengono poi costretti a pagare protettori che sono le donne per lo più anziane.

Daulatdia è come una piccola città a sé. Il bordello ha tutto ciò che le donne che si prostituiscono e i clienti hanno bisogno, dai saloni di bellezza ai mercati, alle sale da gioco. Le donne che vi lavorano non hanno alcun motivo di lasciare il villaggio che ospita il bordello. In ogni caso, anche se lo volessero lasciare, questo non è loro permesso. In un labirinto di vicoli sgangherati, le donne e le ragazze passano il giorno e la notte a lavorare in piccoli cubicoli, incontrando gli uomini che vengono dalla strada vicina.

Originariamente il sito è stato costruito durante il governo coloniale. Ma è ora di proprietà della famiglia di un politico locale. Molte delle prostitute hanno sempre vissuto lì; alcune sono state vendute dalle proprie famiglie per prostituirsi, altre sono state rapite dai loro villaggi.

Il bordello più antico è Kandapara, con 200 anni di attività. La fotografa tedesca Sandra Hoyn ha pubblicato su “The Longing of The Others” fotografie di questo sito, compilato nel seguente video:

Il Bangladesh è uno dei paesi islamici che non criminalizzano la prostituzione. Tuttavia, diversi bordelli sono stati chiusi. L’anno scorso, le autorità locali hanno demolito il bordello Tangail nel nord del Bangladesh. Questo non ha impedito che i clienti si fermassero a Daulatdia.

Daulatdia, una città in cui le donne vendono sesso per 3.000 uomini ogni giorno. Si tratta di un mondo oscuro, ma c’è ancora spazio per la speranza.

Una brutta giornata è quando il traffico di business prospera in Daulatdia. Autisti, addetti alle pulizie, facchini, imprenditori di piccole città e anche poliziotti arrivano al bordello per trascorrere del tempo con una qualsiasi delle donne dai 12 ai 35 anni che offrono i loro servizi per meno di USD 3 l’ora nel villaggio in una stanza dove mangiano, dormono e crescono i propri figli.

I bambini che vivono qui sono esposti ad abusi e sfruttamento sessuale. Le loro madri sono appena in grado di respingere gli ubriachi che passano attraverso le loro stanze. I bambini sono regolarmente utilizzati dai clienti per fare commissioni, andare a prendere alcol e droghe, fare le scommesse, il massaggio e, infine, pulire dopo i clienti li hanno lasciati soli. La maggior parte dei bambini sono spinti sotto il letto o in un angolo per dormire nella stessa stanza in cui le loro madri servono i loro clienti.

Rekha ha una figlia di nome Sharifa. Lei sa che l’esistenza di lavoratrici del sesso conduce alla privazione e alla malattia. Lei sa che la scuola che frequenta Sharifa offre l’unica vera possibilità di un’altra vita. Una vita decente. Rekha si sveglia presto ogni giorno per vedere come Sharifa va a scuola. Sharifa tiene tra le sue piccole mani il suo sogno che un giorno, insieme, troveranno una via di fuga.

Morjina Begum, la preside della scuola, osserva i bambini che arrivano attraverso le porte. Lei più di chiunque può capire che cosa significhi questa scuola. Una volta era una lavoratrice del sesso e sa cosa vuol dire soffrire.

 

Venti anni fa, noi prostitute e i nostri figli, non avevamo alcuna speranza, nemmeno un cimitero per il nostro funerale, ma ora grazie a Save the Children, ci sono ragazze che studiano ingegneria e medicina, molte sono diventate insegnanti e molte altre si sono sposate essi sono stabilite al di fuori di Daulatdia per vivere una vita normale.

 

Quando Sharifa torna a casa da scuola, sua madre, Rekha, è in attesa. Anni fa, prima che Save the Children avesse iniziato a lavorare in Daulatdia, queste madri e i loro figli non avevano alcuna speranza, ma ora ci sono ragazze che sono libere. Rekha spera che sua figlia anche vivere una vita normale e non debba mai soffrire come lei. È per questo che spera e prega che la scuola non chiuda mai, perché senza di essa non v’è alcuna speranza di fuga.

 

Foto:  Daniel Melbye

 

 

 

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13 novembre 2017 Posted by | Corpo, Diritti umani, Mondo, News, Persone | , , , , , , , , , , , , , | 13 commenti

Come eravamo

download dal web

 

La spensieratezza dell’infanzia è l’eccellenza dell’umanità.

(Vincenza “Vicky” Rutigliano)

 

Dedicato a tutti quelli che hanno dimenticato di aver vissuto anche un solo momento di incantata e pura gioia nella loro vita. Cercate, scavate… troverete!

 

A Milano, quel giorno io c’ero. Sola e felice, come da bambina… Un abbraccio, sempre Vicky!

 

 

27 ottobre 2017 Posted by | amore, Esperienze, Persone | , , , , , , | 25 commenti

Mamma insegna come sopravvivere in America oggi

Or is it ‘Murica?

via Teaching My Kids to Survive in ‘Merica — Not an Autism Mom

Leggere questo post ha toccato il mio cuore in profondità, perché parla di una mamma coraggiosa come ce ne sono tante al mondo. Mi è venuta in mente mia madre, ho pensato anche un po’ alla mia vita come mamma per certi versi “mancata” perché limitata fisicamente e spesso anche psicologicamente.

Voglio parlarvi di questa donna americana che senza mezzi termini parla dell’autismo di suo figlio e di come lei viva da “non autism mom“. Un bel messaggio che io voglio condividere con voi, insieme alle sue speranze e alle sue paure per il futuro dei suoi figli che potrebbero essere i nostri. Solo una premessa: i suoi bambini dodicenni sono di colore. Leggendo il post capirete quanto conta anche nel 2017…

Scusatemi se la traduzione dall’inglese non sarà perfetta, spero solo che l’umanità profonda vi arrivi comunque… buona lettura! Sempre Vicky.

 

18 luglio 2017

I miei due figli più grandi hanno fatto un viaggio in Texas questa estate. Era la seconda volta che volavano da soli senza un adulto per andare dalla nonna. L’anno scorso (la loro prima volta) ero ansiosa… ma si trattava di un’ansia positiva. Era il tipo di ansia da “i miei bambini stanno diventando grandi”.

Avevamo parlato di come allacciare le cinture e di come comportarsi bene. Mi ero assicurata che avessero qualsiasi numero di telefono che potesse servire loro in caso si fossero persi giocando nei pressi della casa della nonna. Ho fatto la solita “revisione da mamma”.

Ma quest’anno abbiano avuto una conversazione molto differente… una conversazione più seria. 

Abbiamo parlato di come essere prudenti in presenza di agenti di polizia, anche nel caso in cui stessero chiedendo soltanto aiuto. Gli ho insegnato come tenere le palme delle mani in alto e di lato, e di non infilarle mai nelle tasche. E, per l’amor di Dio, di non correre mai verso di loro, anche in caso di emergenza. Alcuni poliziotti avrebbero prima sparato e poi fatto domande… quando sarebbe stato troppo tardi.

Abbiamo parlato di come “mandare giù” in caso qualcuno avesse fatto commenti razzisti su di loro mentre passavano in bicicletta nei dintorni della casa della nonna. Hanno sempre scherzato su quello che avrebbero fatto in caso qualcuno si fosse preso gioco di loro in quel modo.

“Li prenderei con una doppia nelson mentre DJ da’ loro un wedgy”

“Li farei a pezzi col karate mentre Ty fa loro del male”.

Io di solito mi sarei limitata a ridacchiare un po’ e girare gli occhi quando venivano fuori con questi scenari. Erano così stupidi. Ma non avevano idea di cosa avrebbe veramente significato non essere rispettati ed essere discriminati, per cui dovevamo parlarne.

Così ho spiegato loro, senza mezzi termini, come le persone nel nostro paese fossero diventate intrattabili e sfacciate. Sì, lo so, il razzismo è sempre esistito, ma anni fa le persone cercavano almeno di nasconderlo. È come se le relazioni razziali avessero fatto passi indietro di cinquant’anni. Le persone “indossano” letteralmente la loro intolleranza sulle proprie camicie. Così ho spiegato loro come potevano apparire alla gente. 

“Non sembrate più ragazzi. Sembrate cresciuti. Avete l’aspetto di essere dei poco di buono. Sembrate brutta gente e dei malviventi. Sembrate una fonte di guai. Alcune persone guarderanno il colore della vostra pelle e si comporteranno come se questo avesse avvelenato il vostro corpo. A loro non importa se siete nella lista dei migliori studenti o se fate da baby-sitter ai vostri fratelli. 

Così, se una persona vi manca di rispetto, anche se dentro vi brucia allontanatevi e basta. Non potete controllare come si sentono; non dipende da voi cambiare il loro modo di pensare. Le persone sempre di più portano con sé armi… e le usano. Il vostro unico compito è essere fuori pericolo. Alla fine della giornata questo è ciò che conta”.

I miei bambini sono stati cresciuti in una bolla protettiva. Sapevano già che il mondo è pieno di gente buona, affettuosa. Sono diventati grandi credendo che gli agenti di polizia esistano per proteggerli e per aiutarli quando ne hanno bisogno.

Sono inconsapevoli di quanto ci sia di brutto al mondo. Non guardano i notiziari. Non sanno che il KKK (Ku Klux Klan) la scorsa settimana ha compiuto un raid nella città vicina. Non hanno assistito a risse sulle linee aeree. E non hanno visto i video su Facebook che mostrano uomini innocenti mentre sono assassinati da poliziotti, senza che questi ne paghino le conseguenze.

Così il mio lavoro è insegnare, educare e prepararli. Così come insegno loro ad essere rispettosi e ad andare bene a scuola, allo stesso modo devo insegnare loro come sopravvivere. No, non erano queste le conversazioni che mi sarei aspettata di avere con i miei ragazzi di 12 anni. Pensavo che avremmo parlato prima di ragazze piuttosto che di armi. Ma questo è stato un anno straordinario, pieno di violenza e intolleranza.

Forse parleremo di ragazze il prossimo anno. “

 

29 luglio 2017 Posted by | amore, Dialogo, Esperienze, Mondo, Persone, Sentimenti, Viaggi | , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Siamo colpevoli

2017-05-30 12-53-49.395

 

In questo periodo, bombardata attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione (televisione, social network, giornali, siti Internet eccetera), mi sento soffocare da un certo senso di inadeguatezza, di insufficienza, di occasioni mancate.

Sono prevalentemente circondata da notizie di morte.

Metto una mano sugli occhi, come se la mettessi idealmente sul cuore per non restare troppo ferita, ma questo non mi solleva per nulla…

Siamo (tutti) colpevoli eppure impuniti. Non esiste un reato di indifferenza perseguibile nè penalmente nè civilmente. Esistono solo due realtà: la consapevolezza e la cecità. Entrambe sono sia sociali che personali. Riguardano stati e periodi della vita differenti.

Oggi mi fermo in particolare a riflettere su tanti casi di suicidio che si verificano intorno a noi. Mai il mondo è stato così piccolo…

Non intendo esprimere giudizi né fornire ricette per affrontare questo fenomeno sempre più in diffusione, soprattutto fra i giovani e gli anziani. Vorrei soltanto lasciar emergere lo stato d’animo confuso e molto triste, a causa di un senso schiacciante di impotenza.

Detto così sembrerebbe non esserci alcuna via d’uscita, alcuna soluzione, alcun sollievo a questa “malattia dell’infelicità“. Ogni volta che vengo a conoscenza attraverso i media di vite stroncate da “voli” fisici del corpo o “chimici” della mente, mi viene da chiedermi: “Dove abbiamo sbagliato? Quando non ci siamo stati? Dov’è andata a finire la compassione e l’attenzione?” E molte altre ancora.

Esercito la memoria. Mi ricordo quella volta in cui avevo mal di schiena e non ho avuto la pazienza di ascoltare chi stava dall’altra parte del telefono oppure, peggio, non ho risposto. O magari dell’altra occasione in cui ho visto piangere qualcuno e, per paura di rischiare e intromettermi, ho dimenticato cosa sia la consolazione e il conforto anche da parte di una sconosciuta…

O ancora, in modo molto superficiale e anche cattivo, non ho detto un “Sei stata bravo!” o anche “Conta pure su di me!” a chi con un linguaggio non verbale mi chiedeva una mano…

Mi vergogno della mia mancanza di prossimità, di sensibilità, di occasioni d’amore mancate.

Esiste un momento nella vita di ognuno in cui la consapevolezza deve servire pur a qualcosa e prevedere un cambio di direzione. Il senso della mia sta cambiando.

In passato, ad esempio, mi rifiutavo di assumere medicine per il dolore; questo mi impediva di avere spazi nella giornata da usare per attività sociali o semplicemente per avere del tempo da dedicare a qualcuno, fosse anche solo al telefono o per strada durante una passeggiata. Mi sbagliavo. Così ho cominciato a prendere qualcosa con regolarità, guadagnandoci soprattutto nell’umore e nella disponibilità d’animo e poi nella volontà di perseguire un obiettivo.

In secondo luogo sto cercando di smettere di lamentarmi con chiunque dei miei guai, provando a regalare l’ascolto di cui una volta ero capace e che col tempo e con dolore interiore oltre quello fisico stavo perdendo quasi senza accorgermene. Non aspetto più la telefonata per l’uscita con qualcuno, nel senso che ho ridotto di molto le mie aspettative sulle persone aumentando piuttosto il “movimento del dare”. Quando ci riesco sono felice.

Ognuno dà quello che può, in ogni senso. Questo ho imparato, questo sto cercando di vivere. Questo è il solo “capitale umano” degno di essere investito, soprattutto riguardo la vita preziosa nostra e altrui.

Non si può aspettare ancora, la gente muore di infelicità e di solitudine fuori da qui!

Siamo tutti in cerca del “tu” diverso e speciale. Sempre Vicky.

 

 

 

 

2 giugno 2017 Posted by | Esperienze, Idee, Mondo, News, Persone, Sentimenti, Storia | , , , , , , , , , , , , , , , , | 31 commenti

Non sospettavo che…

us0809coverimage.jpg  (da Human Rights Watch)

http://www.hrw.org/en/news/2010/04/27/bringing-schools-standards-prisons

Mi sono permessa di tradurre come meglio ho potuto questo articolo riportato sul sito dell’Osservatorio per i Diritti Umani (HRW), perchè denuncia un fenomeno a dir poco vergognoso taciuto dai media non si sa bene per quale motivo. Di solito troviamo pagine e pagine che trattano o denunciano abusi su minori. Ma mi sarei aspettata di leggere che questi abusi fossero subìti a scuola, e in più americana. Gli Stati Uniti rappresentano per la maggior parte di noi un esempio di democrazia e di civiltà. Finché poi non veniamo a sapere notizie di questo tipo oppure quando firmiamo petizioni per moratorie di pena di morte inflitta a qualcuno.

I protagonisti della vicenda narrata nell’articolo sono però perfettamente innocenti. Sono colpevoli solo di esserci, soprattutto di esserci in un modo così invadente ed ingombrante. Un peso per se stessi, le famiglie, la scuola e la società in generale che in silenzio diventa complice di questa tortura moderna. Non aggiungo altro, vi lascio leggere quanto ancora accade in 20 Stati dell’unione, ancora oggi purtroppo.

Aggiungo solo un’ultima riflessione: non stiamo pericolosamente andando anche noi verso una società che esclude piuttosto di accogliere?

Portare le scuole verso gli standard delle prigioni

Di Shanta Rau Barriga
Pubblicato da: The Huffington Post
27 aprile 2010

Più di 200.000 bambini l’anno sono puniti nelle scuole degli Stati Uniti e sono bacchettati. Uno su cinque tra loro ha una forma di disabilità. Nessun bambino a scuola dovrebbe essere bacchettato, ma ancora più difficile è immaginare qualcosa di più offensivo di bacchettare o picchiare dei bambini a causa della loro disabilità – e questo è quello che sto succedendo: bambini affetti da autismo, deficit dell’attenzione oppure sindrome di Tourettes, ad esempio, sono puniti per i loro comportamenti causati dalle proprie condizioni.

Il 15 aprile, la rappresentante Carolyn McCarthy di New York, che presiede la Sottocommissione per la Salute di Famiglie e di Comunità facente capo alla Commissione per l’Istruzione e il Lavoro, è stata interpellata per porre una fine alla pratica della punizione corporale, tuttora legale in venti Stati dell’Unione.  L’approvazione di una legge simile metterebbe gli Stati Uniti in una posizione di conformità con gli standard internazionali che proibiscono il trattamento crudele, disumano oppure degradante, senza alcun riguardo delle circostanze. Questi standard sono tradotti in strumenti come ad esempio la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, di quest’ultima fanno parte proprio gli Stati Uniti.

Chi farebbe questo a dei bambini, e perché? La testimonianza nell’udienza della rappresentante McCarthy indica che la punizione corporale è più frequentemente praticata nel sud del paese. Anche lì, non è comunque universale. In molti distretti scolastici è ormai fuorilegge, in particolare distretti più estesi e urbanizzati. Essa però continua persistere, con la giustificazione ufficiale che essa sia necessaria per controllare “la crescente mancanza di rispetto” tra i giovani. Ciò include l’arrivare in ritardo alla lezione, non avere un abbigliamento appropriato, oppure interrompere la lezione.

Troppo spesso gli studenti con disabilità sono le vittime di queste politiche. A causa delle loro disabilità, capiterà che interrompano la lezione, spesso non intenzionalmente. Per questi studenti la minaccia di ricevere una punizione corporale crea un ambiente scolastico ostile e una cultura della paura. Una madre citata in un rapporto dell’Osservatorio dei Diritti Umani (HRW) e dell’ACLU, “Danneggiare l’istruzione”, parlava del proprio figlio autistico e di quanto l’essere bacchettato lo facesse soffrire. “Il giorno successivo volevo portarlo a scuola, ma non riuscivo nemmeno a tirarlo fuori di casa. Aveva paura di tornarci, aveva paura che accadesse di nuovo… L’abbiamo portato fuori di casa, gridava… Adesso ha sempre questi meltdown. Non si concentra, grida”.

Molte scuole sono già scarsamente preparate per sostenere studenti con disabilità come per esempio deficit dell’attenzione da disordine iperattivo (ADHD) oppure autismo, e quindi permettere punizioni corporali aggrava ancora di più le difficoltà che questi studenti già hanno. La prova che emerge dall’udienza suggerisce che la maggior parte delle ricerche effettuate in questo campo porta alla conclusione che la punizione corporale “è un metodo inefficace e comporta maggiori effetti deleteri sulla salute fisica e mentale di coloro ai quali è inflitta”.

Quello che è suggerito per studenti con problemi comportamentali che l’uso di una tecnica chiamata “Sostegno per Comportamento Positivo” sia molto più efficace. Ciò comporta il parlare agli studenti del loro  comportamento, lo stabilire degli incentivi e dare sostegno per un comportamento migliore, e creare interazioni individualizzate su misura per soddisfare i bisogni degli studenti, che abbiano oppure no una disabilità. Questa strategia affianca quella che gli esperti di psicologia infantile chiamano genitorialità “autorevole-reciproca”, un approccio che non è né autoritario né permissivo, ma che piuttosto si affida al dialogo ed è basato sul rispetto reciproco.

La punizione corporale su bambini con disabilità è un abuso sull’infanzia, che dovrebbe essere fermato. L’iniziativa della responsabile McCarthy di far finire questo trattamento disumano sui bambini a scuola è scaduta e dovrebbe trovare ampio sostegno da parte di quelli che concordano che picchiare qualsiasi bambino sia sbagliato, picchiare poi bambini con disabilità soltanto a causa del proprio stato è un atto criminale. La punizione corporale è proibita nelle prigioni degli Stati Uniti, dovrebbe esserlo anche nelle scuole degli Stati Uniti. 

Un saluto un po’ amaro. Sempre Vicky.

 

26 maggio 2010 Posted by | News, Persone | , , | 7 commenti

Chernobyl 24 anni fa. Oggi?

Inquinati e abbandonati

 

C’è ancora chi chiede pace e giustizia.

SENZA FAMIGLIA. SENZA FUTURO. SENZA PAROLE.

SOLO BASTA!

26 aprile 2010 Posted by | Anima, Persone | , | 3 commenti

Ogni bimbo nasce libero.

 

Secondo il nuovo regolamento del comune di Goito (Mn) sarebbero ammessi alla frequenza dell’asilo comunale – quindi pubblico – solo bambini cristiani, i cui genitori sottoscrivano questa appartenenza religiosa all’atto dell’iscrizione.

QUI STIAMO IMPAZZENDO! IN QUALE CRISTO CREDETE?

Io sono cristiana cattolica, ma non condivido per niente questa decisione. La Cei di Mantova dia un esempio di vero cristianesimo e receda da quel documento infamante per tutti i cristiani veri che non hanno paura del diverso. Sulle suore meglio che non mi pronunci.

Questa notizia, tratta da La Stampa di oggi: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201002articoli/52558girata.asp

L’articolo:

Mantova, polemica per il nuovo regolamento: bambini discriminati
FRANCO GIUBILEI
MANTOVA
Una scuola per l’infanzia, sì, ma solo per l’infanzia ispirata da una visione cristiana della vita. Il regolamento approvato l’altra sera dal consiglio comunale di Goito, paese del Mantovano guidato da una giunta di centrodestra, è di quelli destinati a far discutere fin dalla premessa, che recita testualmente: «La scuola Angeli Custodi accoglie i bambini regolarmente iscritti dalle famiglie e persegue finalità educative e di sviluppo della loro personalità in una visione cristiana della vita». L’articolo 1 del testo, che prevede le modalità di accesso alla struttura, butta altra benzina sul fuoco: «L’iscrizione avviene previa accettazione del regolamento ed è richiesta dai genitori al Comune di Goito».

 

Se la si vede come una condizione per poter iscrivere i figli all’asilo, interpretazione che ha fatto saltare sulle sedie i consiglieri dell’opposizione, ne deriva logicamente che per mettere i bambini in quella scuola materna bisogna far propri i principi di un’educazione cattolica. Il capogruppo dell’Unione civica per Goito Franco Casali, del Pd, dice: «La nostra deduzione è che chi non ha una visione cristiana della vita è tagliato fuori, il che è incostituzionale perché quella è una scuola pubblica pagata con soldi del Comune, non una struttura privata. In Consiglio abbiamo cercato di far presente che un’impostazione del genere contrasta con la Carta europea dei valori della cittadinanza e dell’integrazione ma da parte della maggioranza c’è stata una chiusura totale».

Per il sindaco Anita Marchetti, invece, si sta facendo «tanto rumore per nulla: da trent’anni c’è una sezione della scuola comunale che ha per insegnanti delle suore. L’anno scorso abbiamo fatto una convenzione con la curia di Mantova e abbiamo adottato il regolamento della Fism (la Federazione italiana scuole materne riconosciuta dalla Cei che raggruppa le scuole cattoliche). E’ da 30 anni che la struttura funziona con personale religioso, questo regolamento disciplina una situazione di fatto». E se qualcuno non condivide l’impostazione cristiana che fa? Manda i figli altrove?

Secondo il sindaco, sostenuta da una maggioranza Pdl-Lega Nord, è un falso problema: «Non è vero che non sono accettati quanti non si riconoscono in una visione cristiana, è una scuola pubblica e chiunque può essere iscritto. E comunque a Goito ci sono anche nove sezioni di scuola statale. La sezione comunale ha semplicemente un altro retaggio: io a scuola dicevo le preghiere e non ci trovavo niente di strano». Qualcosa di strano invece lo trova Rita Scapinelli, consigliere d’opposizione, di sinistra e cattolica: «Avevo chiesto di ritirare questo regolamento, mi è stato risposto che, siccome la scuola materna è gestita da sempre dalle suore, andava sancita formalmente tale situazione. Del resto anche nella delibera della convenzione con l’opera diocesana, relativa alla conduzione della struttura, si è scritto che l’insegnante è di chiara ispirazione cristiana».

Mi dissocio assolutamente da questa visione settaria della vita prima e del Cristianesimo autentico poi. Oltre che, come cittadina, sollecitare le coscienze di tutti i genitori amanti della verità e della giustizia. La nostra Costituzione non ammette eccezioni. O ci sono le solite deroghe?

Un saluto a tutti, sempre senza distinzione…. per bimbi ed adulti. Vicky.

 

(Ho imparato a sognare – Negrita)

24 febbraio 2010 Posted by | Idee, News, Persone | , , | 7 commenti

   

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